Il Genio di Palermo

La Storia

Chi è quell’uomo con la barba che allatta un serpente e s’erge sul trono di diverse piazze palermitane? In città ci sono almeno cinque di queste statue: al mercato della Vucciria (piazza del Garraffo), sulla fontana di piazza della Rivoluzione, sullo scalone principale di Palazzo delle Aquile, a Villa Giulia, all’esterno della Cappella Palatina e infine, il più antico e il più piccolo, il bassorilievo vicino al molo del porto.

Si tratta del Genio di Palermo, una figura mitica della città: un re con il corpo da giovane e il volto da vecchio, una corona ducale sul capo e un serpente che gli morde il petto. Ci sono diverse interpretazioni sulla vera identità di quest’uomo e sui motivi che lo portarono a divenire il simbolo della città. E poi ancora una questione aperta: perché si chiama Genio di Palermo?

Il termine Genio deriva dal latino genius, generatore di vita. I romani riconoscevano nel genius la divinità che presiedeva alla nascita dell’uomo e lo accompagnava nella vita condividendone gioie e dolori, una sorta di angelo custode del paganesimo.

Già nel 1400, i giurati di Palermo adottarono l’immagine del Genio nel loro stemma. Le sue origini vanno ricercate nell’avvento dell’Umanesimo, che riscopriva alcuni culti pagani e legava il concetto di genio latino a un’intera comunità: si riteneva che l’urbs panormita fosse stata fondata dal dio Saturno (in greco Kronos, dio del tempo), che sul Monte Pellegrino aveva eletto il suo castello, dopo essere stato spodestato dal figlio Zeus, che in seguito prese il suo posto a capo delle divinità greche.

Nell’interpretazione di Vincenzo Di Giovanni, risalente ai primi del XVII secolo, invece, il serpente è Scipione l’Africano aiutato dai palermitani nella guerra contro i Cartaginesi di Annibale. Per gratitudine Scipione avrebbe donato alla città una conca aurea, al cui centro v’era una statua di guerriero che nutriva dal petto un serpente.

Tommaso Fazello, lo storico siciliano del XVI secolo, scriveva: «I palermitani raffigurano la città in aspetto d’uomo, il suo petto è avvolto da un serpente che lo succhia, davanti ai piedi ha una cesta piena d’oro e di fiori con questa scritta: Panormus conca aurea suos devorat alienus nutrit» (“Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri”, com’è scritto nel Genio del palazzo comunale del 1596). Il suo significato sociale, quindi, sarebbe quello di protettore laico della città, nonostante l’inquietante minaccia da parte del Genio di divorare i suoi figli, e la benevolenza nei confronti degli stranieri: quasi una profetica condanna nei confronti della città e del suo destino di declino sociale e politico.

Durante il Risorgimento italiano, con i moti del 1820 e del 1848, il Genio divenne il simbolo politico dell’indipendenza e il rione della Fieravecchia fu teatro di sommosse: il popolo si radunava intorno alla statua del Genio per protestare contro i Borboni. I rivoluzionari ammantavano la statua del tricolore. Così nel 1852 Carlo Filangieri, luogotenente di Sicilia del governo borbonico, per evitare assembramenti patriottici, decise di spostare la statua dalla piazza.

Ma il Genio tornò al suo posto, soltanto otto anni dopo, il 7 giugno 1860, con l’arrivo a Palermo di Giuseppe Garibaldi; e la piazza della Fieravecchia, da allora, prese il nome di Piazza Rivoluzione.

 

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