I pugnalatori di Palermo

La storia

Palermo, 1 Ottobre 1862, è notte, improvvisamente e, quasi contemporaneamente, 13 uomini vengono pugnalati. Gli uomini non hanno niente in comune fra loro ma vengono pugnalati tutti più o meno nel basso ventre da uomini della stessa corporatura vestiti di scuro, dando quasi l’impressione che si tratti di un unico aggressore. Dei feriti uno solo muore, ma si tratta di una sfortunata casualità poichè il dissanguamento è causato dalla recisione di un’arteria da parte del pugnale. L’azione si svolge con tale e tanta rapidità da lasciare tutti a bocca aperta e permettere ai malviventi di scappare, ad eccezione di uno, incappato durante la fuga in un gruppetto di ufficiali appena uscito dall’osteria, viene catturato con addosso del denaro e il coltello con la lama ancora insanguinata. Si tratta di Angelo D’Angelo, che confessa di essere stato avvicinato da un uomo che, in cambio di tre tarì (moneta corrente all’epoca dei fatti), gli chiese di fare un “lavoretto” che consisteva nell’accoltellare, in un determinato momento ed in un determinato luogo, il primo passante che incontrava rivelandogli, in confidenza, che si trattava di questioni di alta politica “burbunesca”. L’uomo in questione era Castelli Gaetano che, insieme a Calì Giuseppe, Masotto Pasquale, Favara Salvatore, Termini Giuseppe, Oneri Francesco, Denaro Giuseppe, Girone Giuseppe, Girone Salvatore, Scrimo Onofrio e Lo Monaco Antonino vengono segnalati nella confessione come gli altri undici pugnalatori e condannati ai lavori forzati a vita, Angelo D’Angelo grazie alla sua collaborazione all’indagine  ebbe solo 20 anni. Il nome del tredicesimo pugnalatore viene fuori in un secondo momento ma non verrà mai processato, il perchè non lo si saprà mai. Molti dubbi restano anche per quanto riguarda il mandante del crimine, negli atti del processo si parla di “partito borbonico” ma l’uomo che D’Angelo indica è quello del senatore del regno Romualdo Trigona, principe di Santa Elia, uomo di fiducia del governo sabaudo in Sicilia, che interrogato dal procuratore Guido Giacosa negherà tutto.  Quale fosse l’intento non è dato saperlo, probabilmente l’idea era quella di istillare la paura nel popolo palermitano. Ad ogni modo quest’evento macabro quanto affascinante, tanto da spingere lo scrittore Leonardo Sciascia a dedicargli un libro dal titolo “I Pugnalatori”, rimarrà negli annali della storia siciliana come uno degli atti più meschini che l’isola abbia mai visto.

 

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