Briganti con la tonaca

La storia

Il 12 marzo 1962, alla Corte d’Assise di Messina, sfilano quattro frati cappuccini: Vittorio, Venanzio, Agrippino e Carmelo. Sono in carcere da due anni e sui volti scavati portano il peso di accuse gravissime: associazione per delinquere, concorso in omicidio ed estorsione continuata.

I fatti risalgono al 5 novembre 1956. Nel convento di Mazzarino, provincia di Caltanissetta, i monaci sono nelle loro celle: improvvisamente un urlo riecheggia nel corridoio e si sentono due colpi dalla stanza di Agrippino. Il frate fugge di corsa dalla cella e dice di non sapere cosa sia successo. I carabinieri aprono le indagini, i frati vengono interrogati, ma il caso viene archiviato senza un loro coinvolgimento.

Tre anni più tardi, però, il caso viene riaperto perché sul paese si abbatte una raffica di incendi intimidatori, estorsioni, ricatti e omicidi, molti di loro collegati ai possedimenti o agli affari dei frati. I responsabili dei crimini sono davvero i frati? E l’attentato era tutta una messa in scena per far credere che i quattro monaci in realtà fossero soltanto vittime di altri delinquenti, di mafiosi magari?

Alcune testimonianze attribuiscono i crimini proprio ai frati, veri e propri briganti travestititi da religiosi che avrebbero messo in scena un finto attentato (in un pezzo de «L’Ora» il giornalista Mauro de Mauro li chiama “monaci-banditi, i don Abbondio dell’estorsione”).

Chi li difende dice che gli spari nella cella di Agrippino siano stati reali ed esplosi da qualcuno che voleva costringere i confratelli ad addossarsi la responsabilità dei suoi misfatti. Secondo il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, invece, i frati sono vittime di un complotto anticlericale. Intanto si scatenano le accuse tra avvocati della difesa e dell’accusa su una presunta politicizzazione della vicenda: sui giornali gli avvocati “cattolici” inveiscono contro la combutta “socialista” che vorrebbe strumentalizzare la vicenda per screditare i religiosi.

In primo grado la corte assolve i frati, accogliendo la tesi dello “stato di necessità”: i religiosi erano minacciati dalla mafia e quindi non denunciarono i crimini per non rischiare la vita. Ma il 16 febbraio 1960 i frati finiscono in manette. Il processo si apre a Caltanissetta: per quale motivo non si sono confidati con i loro superiori oppure non hanno chiesto il trasferimento in un altro convento?

Secondo la difesa, la mente sarebbe il giardiniere del convento, Carmelo Lo Bartolo, vero capo “laico” della banda, che verrà arrestato a Genova, dov’era fuggito.

Il verdetto condanna i frati a tredici anni. Due anni dopo, la sentenza viene però annullata per difetto di motivazione e un nuovo processo d’appello si apre a Perugia: la corte riduce la pena da tredici a otto anni e riafferma la correità dei religiosi insieme al Di Bartolo, nonostante l’opinione pubblica cattolica creda ancora che i frati siano vittime dell’ingiustizia e della mafia.

Il Di Bartolo viene condannato a trent’anni di prigione e si toglierà la vita impiccandosi in cella, intricando ancor di più le trame del mistero di Mazzarino.

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